E’ recente e tutta italiana la nuova scoperta scientifica pubblicata da adnKronos Salute a fronte dello studio condotto dal professore Giovanni Scapagnini, in cui si mette in relazione l’assunzione di alghe rosse con il miglioramento delle condizioni di salute di soggetti affetti da Alzheimer. La validità terapeutica delle alghe rosse è stata testata in laboratorio e dagli studi condotti è emersa la presenza di una molecola, in esse contenuta, che sarebbe in grado di contrastare il decorso patologico di questa grave malattia degenerativa senile.
Cosa sono e che utilità hanno le alghe rosse?
Le alghe rosse o anche definite con il termine scientifico Rhodophyta, sono organismi prevalentemente pluricellulari eucarioti ed autotrofi che prediligono le acque di mare calde e assumono una particolare colorazione rossastra, conferita da un pigmento detto ficoeritrina. Il loro contributo in ambito alimentare viene apprezzato nella produzione di addensanti per alimenti, anche se grazie al loro buon contenuto proteico e all’elevata quantità di vitamina C, le alche rosse hanno conquistato un ruolo non indifferente nelle tradizioni culinarie di alcune etnie. Le proprietà benefiche e terapeutiche che vengono attribuite alle alghe rosse sono molteplici e vanno dalla potente azione antiossidante, all’utilità nel trattamento di dermatiti o ancora all’impiego nel trattamento di patologie metaboliche quali l’obesità, ma ciò che attualmente sta destando interesse nella comunità scientifica è la loro correlazione con le funzionalità del sistema nervoso centrale. La peculiarità riscontrata nelle alghe rosse pare sia da rapportare alla presenza di un aminoacido modificato, l’omotaurina, che sembra apportare alcuni vantaggi alla funzionalità cerebrale, specie nella zona dell’ippocampo, stimolando i centri della memoria e favorendo così una riduzione della sintomatologia tipica del morbo di Alzheimer.
Caratteristiche del morbo di Alzheimer
Ciò che contraddistingue il morbo di Alzheimer, malattia neurodegenerativa che colpisce i soggetti in età avanzata (78-85 anni), è la deposizione delle placche di beta amiloide a livello dell’ippocampo, con effetti neurotossici. La beta amiloide è una molecola proteica con azione degenerativa sul cervello umano, in quanto una volta secreta, produce degli aggregati che riducono le comunicazioni sinaptiche, provocando così quella serie di sintomi che portano poi al decorso clinico conosciuto nelle forme severe: la completa perdita della memoria e il deficit di processi cognitivi. Inizialmente ciò che accade è una riduzione della memoria a breve termine, mentre il soggetto si ricorda lucidamente gli avvenimenti trascorsi in passato. Questa è una seria avvisaglia di ciò che sta accadendo a livello cerebrale ed è necessario intervenire il prima possibile per rallentare l’avanzamento clinico della patologia. A lungo andare la continua deposizione di placche di beta amiloide produce una degradazione cerebrale con perdita anche della memoria a lungo termine.
L’Alzheimer non è ancora una malattia curabile, ma l’avanzamento delle ricerche scientifiche, che danno anche speranzosi risultati, permettono ai pazienti affetti e ai familiari di essere più fiduciosi sulle sorti di una malattia, di cui c’è ancora molto da approfondire. I nuovi obiettivi che gli scienziati si prefiggono sono diretti alla prevenzione oltre che al rallentamento della malattia; infatti si sta cercando di capire se l’utilizzo preventivo di sostanze come farmaci a base di omotaurina, somministrati nei pazienti che potrebbero presentare predisposizione alla malattia, intorno ai 65 anni, possano inibire l’insorgenza del morbo di Alzheimer. I requisiti per poter andare avanti nella ricerca ci sono tutti e si spera che nuovi passi avanti vengano fatti per ridurre la possibilità di avanzamento di una patologia abbastanza invalidante, quale può essere l’Alzheimer, il quale produce un graduale spegnimento cerebrale.
Un adeguato stile di vita potrebbe ridurre il rischio di incorrere in tale patologia: lo sport, la lettura, la socializzazione e uno stile di vita in generale regolare anche da un punto di vista nutrizionale, senza eccessi, e che garantisca una buona attività intellettiva, sembra essere un buon inizio per contrastare l’Alzheimer, nonostante ci possano comunque essere fattori genetici che determinino in modo preponderante lo sviluppo della malattia.
Cosa ne pensate di questi nuovi risvolti scientifici tutti naturali nel trattamento dell’Alzheimer?